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I Figli di Adamo ed Eva

Mio padre mi stava dando le ultime raccomandazioni, come se fossi un bambino ma io non ero offeso; semplicemente non lo stavo ascoltando, anche se annuivo molto seriamente, l’unica cosa che riuscivo a focalizzare era che lui e mia madre se ne andavano per una settimana in montagna e io restavo solo a casa con Marilena, mia sorella, tonda come una pagnotta ben lievitata e con il sorriso da sbarazzina e che, finalmente, avrei potuto dare sfogo alle mie fantasie erotiche.

A dire il vero non avevo mai pensato a mia sorella come possibile o probabile oggetto del desiderio, aveva sei anni meno di me e l’avevo sempre considerata una bambina, anzi, una bamboccia, come la chiamavo ridendo. Ma quindici giorni prima avevo avuto una rivelazione e da allora non riuscivo a pensare ad altro che al suo corpo grassoccio, a come poteva essere baciarle le labbra carnose, toccarle quei seni che sembravano meloni maturi, quelle cosce rotonde come prosciutti…

Era stato durante un temporale, uno di quei temporali d’estate che nascono all’improvviso, ero fuori con degli amici ed eravamo corsi al riparo, casa mia era la più vicina, così c’eravamo ritrovati nella mia camera, con la radio che suonava a sballo e fuori tuoni e fulmini. Piero, uno dei miei amici, aveva girellato per la stanza e poi mi aveva messo davanti agli occhi la foto di Marilena, mia sorella, in bikini rosso, era dell’anno precedente.

- Chi è questo pezzo di gnocca?

- E’ mia sorella e non è un pezzo di gnocca, è solo grassa!

Risero tutti, mentre la foto passava di mano in mano, ma i commenti erano tutti come quelli di Piero.

- Non è grassa, è tanta! T’immagini palparle le chiappe? Altro che quelle quattro anoressiche rinsecchite che ti ritrovi in giro, qui la mano ti si riempie di carne viva!

I commenti si fecero sempre più intimi e ad un certo punto sbottai, mi dava fastidio.

- Basta, ragazzi, è mia sorella e lo scherzo finisce qui!

Piero mi aveva guardato strano.

- Vuoi dire che davvero non ti è mai venuto voglia di… sì, insomma, di fare un giro in giostra con lei?

Restammo tutti muti, le parole che sembravano sospese tra noi, discorsi blasfemi, pericolosi. Lui scrollò appena il capo, pensoso.

- Io con mia sorella l’ho fatto, l’anno scorso…

Un brivido per la stanza, occhi che si cercavano, si evitavano e lui proseguì, lo scroscio della pioggia che gli faceva da sfondo.

- E’ stato quando hanno ricoverato mia madre all’ospedale, sembrava che avesse un brutto male, uno di quelli che ti portano via in un lampo e noi due eravamo rimasti scioccati, spaventati. Anna, ha due anni più di me, aveva telefonato a mio padre, lo sapete che i miei sono separati da anni, per informarlo, ma lui aveva detto che non poteva venire, non subito, che aveva grane col lavoro, con la sua nuova famiglia, che sarebbe venuto più avanti, alla fine del mese. E quella sera eravamo a casa soli, senza saper bene cosa fare. Abbiamo mangiato di malavoglia e poi io sono andato in camera e mi sono buttato sul letto, mi veniva da piangere… Anna è venuta a sedersi di fianco a me, mi ha accarezzato le spalle, i capelli e ci siamo abbracciati normalmente. Poi… non so cosa sia successo… All’improvviso mi sono accorto che aveva due seni splendidi e che erano posati sul mio petto e che la sua bocca era vicina alla mia… ci siamo baciati, un bacio vero, con la lingua e quando ci siamo fermati avevamo i respiri corti e gli occhi dilatati dallo spavento di quello che avevamo fatto. Ma a quel punto non siamo più stati capaci di fermarci, io le ho accarezzato i seni, lei mi ha preso in mano il cazzo che era duro come un macigno e… in pochi minuti eravamo nudi e ci rotolavamo sul letto come forsennati, come se non avessimo mai fatto sesso prima di quel momento… Andammo avanti tutta la notte, senza quasi parlare, affamati l’uno dell’altra, incapaci di fermarci… mi sono addormentato con lei tra le mie braccia e quando mi sono svegliato non c’era più. Abbiamo fatto colazione e io non sapevo cosa dire, cosa fare, ma Anna era tranquilla come sempre, come se non fosse successo niente. E non è più successo niente, non ne abbiamo mai parlato e a volte penso di essermi sognato tutto. Ma poi a volte la vedo che mi sta guardando in un certo modo… E anch’io a volte la guardo in un certo modo e allora ci fissiamo negli occhi e poi distogliamo subito lo sguardo, confusi.

Il silenzio nella stanza era pesante e alla fine ero stato io a chiedere, la voce incerta.

- Ma… come è stato?

Piero si era stretto nelle spalle.

- Come posso spiegartelo? E’ stato… meraviglioso. Fantastico. Sono sicuro che non riuscirò ad avere un rapporto simile con nessun’altra donna, mai. E che continuerò a rimpiangerlo, per tutta al mia vita, forse. Per questo ti dico che, se te ne capita l’occasione, non lasciartela scappare. Ho ancora sotto le dita la sua pelle, nel naso il suo odore, odore di casa, di famiglia, capisci?

Uno dei miei amici chiese, rauco.

- Lo farete ancora?

Piero scosse il capo.

- Non credo. Lei ha preferito cancellarlo dalla memoria e io rispetto la sua scelta.

- Ma se capitasse… Per caso…

Piero fece un profondo sospiro.

- Oh, se capitasse per caso!!!! Ragazzi, lo sogno tutte le notti!!! E tu, Enrico, che ti ritrovi per casa questa sventola di sorella, stai perdendo il treno!

Ridemmo, il temporale era passato, uscimmo di nuovo, ma da quel momento avevo cominciato a guardare Marilena in un modo diverso. Era davvero una sventola di ragazza, anche se un po’ cicciotella; aveva due tette che erano la fine del mondo, che puntavano in alto prepotenti e due chiappe che quando camminava si agitavano come mari in tempesta. E la bocca, poi… carnosa, con dei dentini piccoli e una linguetta rosea che ogni tanto mi mostrava per prendermi in giro. No, dopo quindici giorni avevo deciso che non potevo perdere il treno, che dovevo a tutti i costi riuscire a farle fare quel fatidico giro in giostra con me! Ma volevo che anche lei lo desiderasse, volevo che restasse un bel ricordo tra noi, non volevo piombarle in camera e saltarle addosso contro la sua volontà. E per farlo avevo bisogno di tempo, tempo che i miei, con tempismo perfetto, mi concedevano, andandosene una settimana in montagna!

- Hai capito bene, Enrico? Non lasciare che tua sorella faccia i comodi suoi, guarda che sei tu responsabile per lei!

- Ho capito, papà, non ti preoccupare.

- E se avete bisogno di qualcosa, telefonate, chiaro?

- Chiarissimo ma andrà tutto bene, non siamo più bambini!

Mio padre scosse il capo, per lui eravamo sempre a livelli appena superiori all’asilo, anche se Marilena aveva appena dato la maturità e io ero all’ultimo anno d’ingegneria e finalmente si decise ad uscire da casa, borbottando.

- Non capisco come vostra madre sia così tranquilla a lasciarvi da soli a casa!

Risi, divertito.

- Papà, lei ha capito che siamo cresciuti!

- Va bene, va bene, vi telefoniamo stasera, quando siamo arrivati.

Baci, abbracci, mia madre mi strizzò un occhio e poi finalmente solo. Ora dovevo preparare la scena, Marilena era fuori con le amiche e sarebbe rientrata all’ora di cena. Mi diedi da fare in cucina, tramezzini, panini, patatine, frutta, tutto su un vassoio da portare in salotto davanti alla televisione; gelato in frigo; vino bianco freddissimo; cuscini sparsi sul divano… Sì, mi pareva tutto a posto. Mi feci una doccia, indossai un paio di pantaloncini corti e nient’altro e mi buttai sul divano, aspettando.

Marilena arrivò a casa che erano appena passate le sette e mi salutò con la mano.

- Partiti?

- Sì, due ore fa.

- Hanno già chiamato? Sono già arrivati?

- Non credo, si fermavano a cenare per strada.

Lei guardò il vassoio.

- Noi ceniamo così, stasera?

- Perché, non ti va?

Si diresse in camera buttando la borsetta su una poltrona.

- Va benissimo, è talmente caldo che non ho voglia di mangiare niente. Vado a farmi una doccia.

Aspettai; sentivo lo scroscio della doccia, immaginavo l’acqua scorrerle sul corpo e mi sudavano le mani… finalmente eccola, pantaloncini corti, una maglietta senza maniche, i capelli bagnati. Si sedette sul divano al mio fianco e cominciò a piluccare i tramezzini, un occhio distratto alla TV, non c’era niente d’interessante. Le nostre gambe nude si toccavano e mi davano dei brividi lungo la schiena, ma m’imposi di stare calmo, le cose dovevano nascere per caso e, se fosse stato possibile, da lei.

Quasi sentendo il mio pensiero lei disse, facendosi vento con un giornale.

- Beati voi maschi che potete mettervi a dorso nudo!

Senza guardarla, come se la cosa non m’interessasse per niente, dissi.

- Se vuoi puoi farlo anche tu. Tanto siamo solo noi due.

Marilena rimase incerta un attimo, poi si alzò in piedi e si tolse la maglietta, restando in reggiseno, bianco a fiorellini blu che le comprimeva le tette e io le buttai solo un’occhiata, tornando a guardare la televisione. Lei tornò a sedersi e io, come per caso, le posai una mano su una coscia. Lei me la spostò.

- Fa’ caldo, Enrico!

- Volevo sentire come sei fresca, appena dopo la doccia.

Tornai a posare la mano e questa volta lei la lasciò lì. Il tempo passava e non succedeva niente, così cominciai a girare i canali fino a che ne trovai uno a luci rosse e mi fermai a guardarlo. Sentivo lei al mio fianco che si agitava e dopo un po’ disse.

- Dai, gira, sono tutte donne nude!

- Allora? A me piace guardarle. A te non piace vedere un uomo nudo?

Marilena sbuffò.

- Sai che spettacolo!

- Ci sono stati fior di scultori che hanno pensato proprio che un corpo di uomo nudo fosse uno spettacolo!

Lei scoppiò a ridere.

- Ma mica tutti hanno il corpo del David di Donatello o dei Bronzi di Riace! Quelli di sicuro li guarderei volentieri!

Risi con lei, si stava facendo l’atmosfera giusta.

- E’ solo perché non hai mai visto il mio, di corpo! Altro che i bronzi di Riace!

Lei mi puntò un dito sul petto, ridendo.

- Oh, sono certa che il tuo ampio petto sia bellissimo! E’ piuttosto il resto che non credo sia all’altezza!

- Vuoi vederlo, il resto?

Lei si nascose gli occhi ridendo.

- Per carità, risparmiami!

Intanto sullo schermo c’era una donna che si massaggiava la fica e Marilena si era zittita, cercando di nascondermi che stava guardando. Era tornata a sedersi al mio fianco e io le avevo di nuovo posato la mano sulla coscia, un po’ più su adesso. Chiesi, come per caso.

- Ce l’hai poi un ragazzo fisso?

Lei negò, distogliendo lo sguardo dallo schermo e guardandomi.

- No, a che mi serve?

Alzai la mano e le sfiorai un seno dicendo con un sorriso.

- A giocarci assieme, per esempio!

Lei mi diede un buffetto sulla mano, ma non era offesa.

- Ah, quel genere di giochetti, intendi! Ma voi uomini non riuscite a pensare ad altro?

- Oltre alle tette, dici? No, no, pensiamo anche alle gambe, al culo, alle cosce, alla fica…

Mi picchiò col giornale che teneva in mano, ridendo.

- Roba da matti! Sai cosa ti dico? Che andiamo a letto, mi sono stancata!

Si alzò, attraversò la stanza ancheggiando, le vedevo le natiche prominenti, le gambe tornite e mi alzai seguendola. Lei entrò in camera e io dietro. Marilena si girò a fissarmi.

- Che accidenti vuoi qui?

Dissi, piano.

- Voglio te. Hai detto tu che andiamo a letto.

Marilena rimase immobile, negli occhi le leggevo i pensieri che stava facendo, non era spaventata, era piuttosto sorpresa, vagamente innervosita.

- Enrico, che cosa… ?

Avevo fatto i due passi che ci separavano e l’avevo presa tra le braccia, attirandola a me, piano, senza forzarla, fino a che i nostri visi erano a pochi centimetri e i suoi seni premevano sul mio petto nudo.

- Voglio darti un bacio, Marilena. Un bacio vero.

Lei taceva, fissandomi, soppesandomi.

- Ma… siamo fratello e sorella…

- E allora? Forse proprio per questo ho voglia di baciarti, ho sempre pensato che hai una bocca bellissima.

- Ma… è proibito. E’ peccato.

Stava cedendo, lo sentivo, così le diedi una strizzatina, tanto perché sentisse il mio cazzo duro che le premeva sul ventre.

- Non lo diremo a nessuno, sarà un nostro segreto. Quanto ad essere peccato… Come credi che abbiano fatto i figli Adamo ed Eva? O sono andati a letto con i genitori o hanno fatto l’amore tra fratelli e sorelle, è più che sicuro!

Marilena fece un piccolo sorriso divertito, ma non si mosse.

- E’ così che credi sia andata?

- Ne sono certo.

- E vuoi solo darmi un bacio? Con la lingua?

- Sì, un bacio con la lingua.

- Poi te ne vai a dormire?

Le passai la mano sulla schiena, avevo una voglia matta di slacciarle il reggiseno, ma dovevo fare con calma.

- Intanto dammi il bacio.

Lei protese il viso, chiudendo gli occhi e io posai le mie labbra sulle sue, una strana sensazione di calore e di gelo, come se stessi superando una barriera invisibile e il superarla mi facesse diventare invincibile, immortale. Lei se ne stava posata su di me, sentivo il suo respiro lento e io le passavo la lingua sulle labbra, le mani che la accarezzavano sulla schiena, scendevano a palparle le natiche sopra i pantaloncini; poi mi ritrovai con la lingua dentro la sua bocca e Marilena fece una specie di sospiro, passandomi un braccio alla vita, stringendosi a me. La mia lingua esplorava la sua bocca, s’incontrava con la sua lingua, ci giocava, si staccava, la ritrovava e lei faceva dei piccoli versi strani, come dei mugolii e io mi sentivo il sangue pulsare alle tempie. Non so quanti minuti restammo con le bocche incollate, poi mi staccai per respirare e lei posò la testa sul mio petto, ansimava un poco. Le sussurrai tra i capelli.

- Ti è piaciuto?

Lei annuì, con la testa china.

- Vuoi che riproviamo?

Non rispose, alzò solo il viso e mi offrì le labbra e io affondai di nuovo nella sua bocca aperta, succhiandola, baciandola, respirandole l’anima. Quando ci lasciammo avevamo entrambi i respiri affannosi e lei cercò di allontanarsi da me.

- Basta, adesso, Enrico.

- Perché? E’ adesso che viene il bello.

Marilena rimase immobile, gli occhi nei miei, pensosi.

- Cosa vuoi fare?

Sorrisi appena.

- Quello che facevano i figli di Adamo ed Eva!

Senza aspettare la sua risposta le slacciai il reggiseno e i suoi seni scoppiarono letteralmente fuori, rotondi e invitanti. Lei fece in gesto di coprirsi, ma già le mie mani se n’erano impossessate e glieli stavo palpando, massaggiando, accarezzando, aveva i capezzoli già duri ed eretti e io mi chinai a succhiarli, mentre lei cercava di staccare la mia testa.

- No, Enrico, ti prego…

- Perché? E’ la prima volta che qualcuno ti lecca le tette? Che ti succhia i capezzoli?

- No, ma…

- Scommetto che non ti era piaciuto molto, o sbaglio?

Lei teneva il reggiseno con le due mani e adesso lo lasciò cadere con un lieve sospiro.

- Mi ha fatto male… era un cafone.

La spinsi indietro fino a raggiungere il letto e lì la distesi, passandole le mani sui seni, sul ventre, carezze dolci e morbide che vedevo le facevano piacere.

- Io non voglio farti del male.

In quel momento suonò il telefono e io cercai di ignorarlo, se smettevo adesso non ero sicuro che dopo Marilena sarebbe stata disposta a continuare e ormai eravamo troppo vicini alla meta! Due squilli, tre, quattro… Marilena sussurrò.

- Sarà papà…

- Vado a rispondere. Tu non ti muovere di qui, intesi? Torno subito.

Lei non si mosse e io corsi al telefono, era mio padre, erano appena arrivati, voleva sapere se tutto andava bene, se Marilena era a casa, se avevamo mangiato, cosa stavamo facendo… Lo rassicurai, stavamo guardando la televisione, tra poco saremmo andati a letto, tutto sotto controllo, sì papà, ciao papà, sì anche Marilena ti saluta… Finalmente riuscii a chiudere la comunicazione e tornai verso la camera di mia sorella, ma lei aveva chiuso la porta e quando provai la maniglia, scoprii che aveva chiuso a chiave. Maledizione! Rimase appoggiato alla porta, il cazzo ormai mi faceva male da quanto era duro e non avevo concluso nulla! La chiamai sottovoce.

- Mari, aprimi, dai…

La sua voce era appena di là della porta, doveva essere appoggiata dall’altra parte.

- Ho paura, Enrico…

- Di cosa hai paura? Di me?

- No, ma… tu vuoi fare all’amore con me, vero?

- Tu no?

Silenzio. Poi la sua voce, rauca.

- Non lo so.

- Apri che lo scopriamo.

- Ma se poi… cosa succede se facciamo l’amore?

- Cosa vuoi che succeda? Che io sarò contento e tu sarai contenta, tutto qui!

- E… domani?

- Domani cosa?

- Vorrai farlo anche domani?

Chiusi gli occhi, il pensiero di poter usare il corpo di mia sorella per tutta la settimana mi faceva morire dal desiderio. Dissi, appena un sibilo, non mi usciva quasi più la voce.

- Sì, Marilena, domani e dopodomani e post-domani ancora, di giorno e di notte, basta che mi lasci cominciare!

Silenzio. Lunghi minuti di silenzio, poi il rumore della chiave che girava nella toppa e la porta che si apriva, lenta. Entrai e richiusi alle mie spalle, Marilena era in piedi davanti al letto, a dorso nudo, quelle splendide tette che sembravano chiamarmi. Feci un passo avanti, un altro, allungai una mano, gliene presi una e la strizzai e lei continuava a guardarmi, gli occhi intenti che mi studiavano.

- Sono troppo grassa.

Mi venne da ridere e le baciai il collo, scendendo sui seni, prendendole in bocca i capezzoli, tirandoli con i denti fino a sentirla sobbalzare.

- Per me sei perfetta.

E davvero la sentivo perfetta sotto le mie dita che le passavano sulla schiena, sulle tette, gliele strizzavano, gliele prendevano a coppa, riunendole, dividendole, giocandoci. Lei faceva dei versetti con le labbra sottolineando le mie mosse, le sue mani lungo i fianchi, inerti. Così le presi una mano e me la posai sopra i pantaloncini, facendole sentire il rigonfio del mio sesso.

- Vuoi farlo uscire dalla prigione?

Lei spalancò gli occhi, ma mi ubbidì, armeggiando con la cerniera lampo e tirandomi giù i pantaloncini; la scostai appena perché potesse guardare la potente erezione che stavo avendo e lei inghiottì a vuoto un paio di volte prima di prendermelo in mano, delicata, gentile, quasi timida e cominciare a massaggiarlo dall’alto al basso in movimenti quasi ipnotici. Mi sentivo scoppiare e glielo dissi.

- Marilena, devo trovare un posto dove infilarlo o scoppio…

Lei non si mosse e allora scesi con le mani fino a prendere l’elastico dei pantaloncini e a tirarlo giù, sotto non aveva altro e con un sospiro di soddisfazione le passai una mano tra le gambe, entrando piano nella sua fica umida. Lei fece un verso strano con la bocca, ma mi lasciò fare, anzi, allargò appena le gambe e io la sentii in tutta la sua morbidezza, in tutta la sua estensione. Le sue mani stavano guidando il mio pene giusto alla sua fessura e io la lasciai fare, mentre mi dedicavo ai suoi seni, alle natiche, al clitoride che spiccava come un osso di ciliegia nell’umore che la permeava. Entrai in lei a piccoli colpi, spingendo adagio, assaporando la sua fica stretta che sembrava restringersi intorno al mio membro che continuava ad entrare, a spingere. A piccoli passi le feci raggiungere il letto e la feci distendere, finalmente cominciando a pompare con frenesia, le sue gambe allacciate dietro la mia schiena, il suo viso estasiato, la bocca dischiusa e la lingua che si umettava le labbra mentre mormorava frasi sconnesse. Mi piaceva, mi deliziava talmente che mi sembrò di non aver mai fatto all’amore con una donna fino a quel momento, come se il fatto che fosse mia sorella mi risvegliasse terminali nervosi che non sapevo neppure di possedere. Lei partecipava con frenesia, con passione, forse anche per lei era la medesima cosa. Sentii che stavo per scoppiarle dentro e fui svelto ad uscire, non volevo certo rischiare di metterla incinta e così lasciai che il liquido la inondasse sul ventre, colandole tra le gambe, mentre lei gemeva, continuando a sollevare il bacino.

- Non puoi lasciarmi così, adesso! Io non sono ancora venuta!

- Mari, non voglio che rischiamo…

- Sto prendendo la pillola, deficiente! Torna dentro e finisci quello che hai cominciato!

Con sollievo la accontentai, massaggiandole il clitoride fino a che sentii il calore invaderla e lei si sollevò con un grido, le gambe che tremavano sulla mia schiena. Continuai a pomparla fino a che sentii che si era rilassata e allora uscii da lei e crollai al suo fianco, baciandola su una tetta, mordendola con avidità.

- Sembrano meloni, mi vien voglia di mangiarli!

Lei fece un pallido sorriso.

- Mi hai sfiancata…

- E tu? Niente male, sorellina…

- Nemmeno tu. E hai ragione, somigli ai bronzi di Riace!

Ridemmo, complici, abbracciandoci, baciandoci. Poi lei divenne seria.

- Enrico, non deve mai venirlo a sapere nessuno, chiaro?

- Nessuno, sta’ tranquilla.

- Abbiamo fatto una… cosa sbagliata e basta. Non ne parleremo nemmeno più. Ora torna in camera tua e dimentichiamo tutto.

Non mi andava una cosa del genere.

- E il resto della settimana? Lo sprechiamo così?

Lei mi guardò, si vedeva che era incerta.

- Ma dopo, quando i nostri tornano a casa…

- Basta, dopo ci fermiamo. Ma intanto per una settimana ci siamo divertiti.

Marilena si alzò, prese la vestaglia e se la infilò, guardandomi.

- Non lo so. Intanto va’ via.

Raccolsi i miei pantaloncini, le diedi un ultimo bacio che lei ricambiò quasi senza accorgersene ed uscii, avevo i lombi che mi dolevano ma una tale sensazione di pienezza e di felicità dentro di me che capivo perfettamente le sensazioni di Piero, l’aver fatto all’amore con mia sorella era stato talmente gratificante che mi chiedevo perché lo proibivano; forse proprio perché altrimenti i fratelli non sarebbero più andati a cercare in giro una donna diversa, se avessero potuto amare quella che era sangue del loro sangue, che viveva sotto il loro stesso tetto, che conoscevano da sempre… forse avrebbero avuto voglia davvero di fare come i figli di Adamo ed Eva, in perfetta letizia ed innocenza….

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